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L'energia: un alto costo economico e ambientale

      Dall'inizio della rivoluzione industriale l'energia viene ricavata prevalentemente dai combustibili fossili ad un ritmo tale da determinarne in fretta l'esaurimento a cominciare dal petrolio, per cui secondo legge dI mercato va aumentando  il suo prezzo. Inoltre la qualità di quello rimasto è sempre più scadente o si trova a profondità anche oltre i 10 Km, il che comporta minore resa e più costi di estrazione e raffinazione.   Chiedersi dunque quali saranno i futuri scenari energetici è un preciso inderogabile imperativo di oggi .    

     

            La centrale termoelettrica di Milazzo

        L'energia ricavata dai combustibili fossili fa notizia soprattutto perché provoca il noto effetto serra a causa dell'emissione di anidride carbonica in atmosfera, oggi aumentata del 30% rispetto all'era pre-industriale,  per i danni che ordinariamente i combustibili fossili e il loro uso creano fin dal momento dell'estrazione nelle più remote zone del Pianeta, per i disastri ambientali in caso di naufragi, spargimenti accidentali, attentati, etc., e infine per per la pubblicità dei produttori onde procurarsi clienti, magari promettendo energia da fonti rinnovabili.  Al contrario è silenzio sulle varie possibilità offerte dalla tecnologia per delle soluzioni alternative che gradualmente riducano l'uso dei combustibili fossili.
         In tale contesto la produzione da fonti rinnovabili rappresenta un fattore produttivo marginale, tant'è che non esiste in proposito un piano energetico nazionale, ma soltanto un caotico proliferare di impianti, servizi, nuove linee e centrali termoelettriche, i cui costi non fanno che gonfiare la bolletta elettrica. Mentre queste risorse potrebbero essere indirizzate più efficacemente verso sistemi distribuiti con modalità di autonomia per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, ricorrendo al solo metano con funzione tampone e transitoria.   E' questa l'unica strada percorribile (sarà oggetto di un successivo approfondimento nelle pagine successive), per un futuro energetico sostenibile quale prossima soluzione del problema energia; rappresentando quella attuale una fonte di sperpero di denaro pubblico in combustibili fossili e in impianti quanto prima obsoleti. 
         Purtroppo la produzione di energia, cosi come per tutti gli altri beni di consumo, è  succube della cultura del profitto e della competitività, secondo l'economia liberista  e oggi anche globale, per cui  nel mondo si agitano una quantità di interessi che non mostrano remore a creare conflitti e a mettere a rischio l'intero ecosistema.
       In tale contesto Il nuovo rinnovabile non è considerato quantitativamente risolutivo, né economicamente competitivo in base ad un rapporto costi benefici, in quanto al fattore costi ambientali viene assegnato il valore zero.  Perciò  secondo i tecnocrati dell'energia (V. nota successivo argomento)  occorre un mix di fonti fra cui il carbone “pulito”e il nucleare “sicuro”.  Ma quali sono le prospettive di questa miope politica energetica? 
        Nell'industria il petrolio viene usato in parte quale materia prima per migliaia di prodotti, il resto viene bruciato per la produzione di calore, ma in definitiva anche nei mezzi di trasporto e nelle centrali elettriche passa attraverso la combustione.   La discarica più grande è infatti sopra le nostre teste: la combustione di un Kg di gasolio priva l'atmosfera di 2,6 Kg di ossigeno e vi immette 3,6 Kg di gas climalteranti e circa 5 gr di residui pericolosi per la salute, in parte sotto forma di polveri sottili.
         Lo sanno bene  quelli che hanno in mano i destini del mondo,  i cosiddetti grandi della terra, che purtroppo diventano “piccoli” nel contrapporre gli interessi dell'umanità  e delle generazioni future  agli “interessi nazionali” e delle relative lobby.  Infatti a partire dal protocollo di Kyoto del 1997 è stata tutta una serie di incontri per la limitazione di immissione in atmosfera di gas climalteranti, senza mai contemplare drastiche alternative al sistema energetico attuale nel segno della sostenibilità, nel timore di perdere in competitività economica.
       Perciò per il dopo petrolio si pensa di fare affidamento sul carbone, ancora relativamente abbondante, né mancano nostalgie per il nucleare, che potrebbero concretizzarsi quando necessariamente  i combustibili fossili raggiungeranno prezzi proibitivi e sarà scaduto il tempo per un cambiamento di sistema. Anche di materiale fissile non è che ce sarà per molto tempo, specie se le centrali nucleari si diffondessero nel mondo, anche con il sorgere di regimi dittatoriali determinati da crisi economiche.
         Non stiamo a descrivere i disastri delle centrali nucleari perché sono abbastanza noti, forse  sono poco conosciute le problematiche ambientali che queste centrali e i materiali  radioattivi creano anche nella normalità, dall'estrazione del minerale alla produzione del combustibile fissile, fino al suo conferimento come rifiuto; in effetti un sito sicuro adatto a tale scopo ancora nel mondo non è stato trovato.  
        E se grazie a due referendum nazionali queste calamità, senza limiti di spazio e di tempo, per l'Italia almeno per il momento sono scongiurate, ancora non si sa come risolvere il problema delle centrali già costruire. Le quali a trenta anni dal fermo continuano a costarci qualche milione di euro l'anno, prelevato attraverso le bollette elettriche, soprattutto a causa delle migliaia di tonnellate di rifiuti radioattivi presso di esse depositate. La spazzatura nucleare e i relativi costi rappresentano dunque un'eredità per le generazioni future, mentre si pensa di stendere una coltre di cemento sulle stesse centrali.
       Per altro verso non migliori prospettive rappresentano le centrali a fusione di idrogeno, perché anche se si riuscisse a realizzarle, avrebbero certamente costi globali altissimi e non competitivi con il grande potenziale di energie rinnovabili. E per di più costituirebbero nuovi inquietanti centri di potere e di abusi, come se già oggi non ve ne fossero fin troppi.
        Il nucleare italiano fra le piccole o grandi opere inutili, incompiute o rimaste  a livello progettuale, come il Ponte sullo Stretto di Messina,  diffuse per l'Italia ci insegna che gli errori di prospettiva o creati per precisi scopi hanno costi altissimi, che non ricadono mai su chi li ha provocati, ma sempre sulle comunità e sulle generazioni future; il che induce i fautori a minimizzarne i rischi e i costi, per poi gonfiarli in corso d'opera e perpetuarli nel tempo attarverso carrozzoni burocratici. 
        Abbiamo bocciato il nucleare perché ne abbiamo percepito i pericoli grazie al sacrificio di alcune comunità, invece vige molto clamore seguito da un totale immobilismo circa il sacrificio che si va profilando per l'umanità intera, pur possedendo le tecnologie necessarie non solo per evitare i disastri, ma anche per migliorare la qualità della vita. Purtroppo l'uso corretto delle risorse naturali è infatti l'azione che anche dal basso si è restii ad intraprendere, per scarsa conoscenza o per falsa concezione del benessere e della felicità, sotto il gioco di una subdola pubblicità consumistica.